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ARTICOLO / Intervista a Federica Sassaroli, la docente di lingue con la vocazione per il teatro e la comicità

Nel corso delle settimane abbiamo intervistato docenti e professionisti – come Elia Bombardelli, giovane professore che ha portato YouTube nelle sue aule e a casa dei suoi studenti – che hanno dimostrato come, a volte, con un po’ di creatività e con strumenti differenti, si possono ottenere ottimi risultati in termini di efficacia didattica. Oggi scambiamo due chiacchiere con Federica Sassaroli, docente di lingue, formatrice ed attrice, che utilizza la tecnica comunicativa teatrale come mezzo per l’insegnamento.

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EDUCATION MARKETING ITALIA (EMI): Ciao Federica! Raccontaci un po’ come sei arrivata a fondere il teatro e l’insegnamento; secondo te, che beneficio traggono gli studenti da un approccio così diverso rispetto ad una lezione frontale? C’è spazio per la comicità a scuola?

FEDERICA SASSAROLI (FS): Ciao… e ciao ai lettori e alle lettrici! Grazie all’esperienza maturata come monologhista e come trainer teatrale per bambini, ragazzi e adulti, da un lato, e come insegnante di scuole medie superiori e inferiori, dall’altro, ho compreso come poter mettere a punto nell’insegnamento delle lingue una metodologia che derivi dalla pedagogia teatrale e dalla neurodidattica.

Una lezione di lingua straniera che utilizza gli strumenti teatrali dà diversi benefici: permette agli studenti di comprendere con maggiore consapevolezza il proprio potenziale comunicativo, permette di sviluppare fiducia e sicurezza in se stessi, consente il potenziamento delle proprie abilità di ascolto attivo e di “presenza”, dà la possibilità di acquisire le tecniche necessarie per conoscere e gestire le proprie emozioni.

Penso che a scuola dovrebbe esserci ampio spazio per la leggerezza e per l’empatia. Le neuroscienze ormai lo hanno confermato: le emozioni fissano contenuti ed esperienze, facilitano l’interiorizzazione, generano coinvolgimento e motivazione. E chiaramente, più si tratta di emozioni positive, più l’apprendimento diventa facile e piacevole.

EMI: Sappiamo che realizzi spettacoli per scuole e teatri in giro per l’Italia, anche in 3-4 lingue diverse: ci racconti come si svolgono e che valore hanno per la didattica?

FS: Realizzo e porto in giro per teatri (e per scuole che hanno uno spazio interno disponibile) spettacoli plurilingue come “The principito und moi. Il Piccolo Principe ed io”, uno spettacolo in cinque lingue, in cui la narrazione è in italiano e i personaggi provenienti da pianeti diversi parlano lingue diverse. Ho in repertorio spettacoli in lingua spagnola e spettacoli bilingue (italiano e inglese,  italiano e spagnolo).

Credo che lo spettacolo teatrale sia un’occasione di incontro, di scambio e di scoperta.  Per quanto riguarda la didattica linguistica, è utile ricordare come l’apprendimento funzioni per rinforzo: quanti più sono i canali mediante i quali un messaggio viene veicolato, tanto più il ricordo è stabile. Il teatro è un esercizio visivo, auditivo e, con il coinvolgimento diretto che cerco sempre di promuovere, anche cinestesico. Questo consente ai ragazzi di relazionarsi alla lingua con maggior facilità e leggerezza. Abbinare il coinvolgimento diretto durante lo spettacolo può svelare diversi vantaggi, uno su tutti è quello di contenere l’ansia di esprimersi in un codice poco conosciuto: se si crea un’atmosfera giocosa, curiosa, leggera, in cui l’errore può essere accolto, aumenta il desiderio di comunicare e si innescano dinamiche cooperative tra i ragazzi.

In particolare, l’esperienza del teatro plurilingue non ha come obiettivo solo quello di farsi promotore di motivazione verso l’apprendimento delle lingue straniere, ma anche di incoraggiare un atteggiamento di  tolleranza e di apertura verso gli altri.

EMI: Raccontaci il feedback più interessante che hai ricevuto da un tuo studente, dopo una delle tue lezioni/spettacolo. E i tuoi colleghi docenti invece che ne pensano?

FS: Uno dei feedback più interessanti che ho ricevuto è stato quello di una studentessa che al termine dello spettacolo mi ha detto che la mia voce ha la capacità di portare le persone “in altri mondi”. Era una ragazza non vedente e aveva avuto la sensazione che sul palco si fossero alternate attrici diverse che interpretavano personaggi diversi e non una sola persona. Sulla questione “voce” ho diversi episodi divertenti, ad esempio, molti bambini e ragazzi delle scuole medie pensano che alcuni miei cambiamenti di voce siano causati da un effetto del microfono. “Ma da dove escono tutte quelle voci?” mi chiedono.

I colleghi in genere apprezzano la mia espressività, il mio modo di far passare la letteratura in modo divertente e coinvolgente e alcuni sono impressionati dalla mia capacità di parlare lingue diverse e dal mio accento castigliano. Dato che molto spesso mi richiamano per collaborare, credo intuiscano il mio sincero intento di dare supporto e risalto al lavoro che loro fanno con i ragazzi ogni giorno, durante tutto l’anno.

EMI: In passato, hai collaborato con John Peter Sloan e Mondadori per realizzare il corso “Spagnolo da Zero”: cosa hai appreso da questa esperienza? Pensi che l’approccio “italiano” all’insegnamento possa essere migliorato?

FS: John è una persona spontanea e autentica, è stato un vero piacere lavorare con lui. Confrontandomi con una realtà così nota e popolare come quella proposta da John, ho realizzato che ero davvero sulla strada giusta, ho compreso quanto il mio metodo di lavoro fosse affine al suo e, nel mio piccolo, dotato di potenziale. John al termine delle registrazioni mi disse che ero “La John Peter Sloan dello spagnolo”: Juana Pedra Esloan, insomma!

Se per “approccio italiano” intendi quello scolastico, beh sicuramente è migliorabile. Alla scuola mancano spesso le risorse economiche per potere avere un approccio esperienziale e creativo alla lingua, le classi sono spesso troppo numerose, la burocrazia è snervante e le perdite di tempo che ne derivano diventano demotivanti per i docenti.

EMI: Se avessi davanti a te una platea di docenti, che suggerimento daresti loro?

FS: Innanzitutto, direi loro che hanno tutto il mio supporto emotivo. So bene che il sistema scolastico non li sostiene. Gli insegnanti hanno il compito di appassionare i ragazzi, incoraggiarli, invogliarli. E per poterlo fare, i primi a sentire quella passione, quel desiderio di condivisione, devono essere gli insegnanti stessi. Bisogna auto-motivarsi per poter sperare di avere un ruolo nella vita dei ragazzi, bisogna essere empatici nei loro confronti. Amateli, non c’è altra via: insegnare significa accettare il coinvolgimento emotivo. Il mestiere di chi sta sul palco e di chi sta davanti (non dietro) alla cattedra ha tantissimi punti in comune: in primis quello di sapere comunicare. Il mio invito dunque, specialmente agli insegnanti di lingua, è quello di coltivare la propria e l’altrui intelligenza comunicativa. Stimolare la creatività degli studenti (e la propria) permetterà loro di rispondere alle situazioni della vita con senso critico, attraverso nuovi punti di vista, per elaborare nuove soluzioni, dando accesso ad una maggiore autonomia e ad un maggior desiderio di apprendimento.