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ARTICOLO / Intervista a Marta Basso

Oggi, per Education Marketing Italia, ho avuto il piacere di mettere su carta una conversazione con Marta Basso, Millennial Mariner che ha deciso di mettere in gioco la sua personalità e le sue conoscenze per mandare un messaggio ai suoi coetanei attraverso i social, messaggio che ha sintetizzato in #StopWhining: in soldoni, non lamentarti, rimboccati le maniche, sperimenta, rischia e metti a frutto le tue conoscenze per avere un impatto sul mondo.

Link all’articolo su Education Marketing Italia: link


Education Marketing Italia (EMI): Ciao Marta e benvenuta sul nostro blog! Sappiamo bene quanto può essere efficace un motto, un claim e il tuo #StopWhining è di grande impatto: ma dicci la verità, quanto ascolti questo tuo stesso consiglio?

Marta Basso (MB): La toccate piano eh? È una domanda a cui mi fa particolarmente piacere rispondere. Un giorno la mia mentore mi ha detto “bello questo motto, ma tu devi rappresentarlo in ogni cosa che fai”. Ho capito subito che non mi stava accusando di parlare bene e razzolare male, ma il suo era solo un consiglio perché lo #sw avesse ancora più impatto, in primis sulla mia vita. Credo purtroppo che la tendenza a lamentarsi sia connaturata nella natura dell’essere umano e lo sia per un motivo semplicissimo: è la reazione più facile da avere di fronte a una difficoltà. Aiuta a scaricare la colpa su qualcun altro, ci fa passare dalla parte della vittima, e ci fa sentire più leggeri… il problema però è che non porta da nessuna parte se non contro un muro di cemento armato. Da qualche anno mi impegno anche in ogni più piccola azione per eliminare le scuse che mi do, dalle più stupide: non uscire perché fuori piove o fa freddo, convincermi che non ho tempo di fare qualcosa, sbuffare perché sono in coda al supermercato. Cerco di soppesare tutto: mi chiedo ogni volta “qual è il vero motivo per cui sto procrastinando?” oppure, se la situazione è inevitabile come la coda al supermercato “lamentarmi mi servirà a qualcosa?”. La risposta è sempre no, e quando ci mettiamo a nudo così spesso davanti alle nostre ridicole frottole l’esercizio diventa da difficile ad automatico. E libera mente e energie per cose più importanti. E poi devo essere la regina dello #stopwhining anche in coda al supermercato, altrimenti non sarei credibile nemmeno ai miei stessi occhi…

EMI: Facciamo qualche passo indietro, a prima che diventassi un volto riconosciuto di Linkedin… ci racconti come è stato il tuo rapporto con la scuola? A che punto della tua formazione credi che sia stato piantato il seme del “Ora tocca a me rimboccarmi le maniche e avere un impatto sul mondo”?

MB: Ci sono due momenti chiave della mia formazione che hanno contribuito a formare questa mentalità. Il primo è stato durante gli anni delle superiori, che per me sono stati durissimi – e non capiamoci male, ero un “A student” come si direbbe in America, ma anche gli A student hanno bisogno di supporto, e a volte gli insegnanti se lo dimenticano. Il mio liceo, dallo storico blasone, ha sempre richiesto grande impegno e dedizione, con aspettative ed ambiente spesso difficili da gestire, anche per chi ha sempre amato studiare come me. Il momento in cui ho capito che ce l’avrei fatta è stato in quarta superiore, l’anno più difficile, in cui oltre che per i mesi finali dell’anno studiavo per la patente, il C1 di inglese e il C1 di spagnolo: il mio corpo non ha retto e mi sono presa una brutta influenza dopo 10 anni di salute! Ho capito che anche senza affannarmi sarei riuscita a fare tutto, e bene, come poi si è avverato, e che tutti gli strumenti che avevo erano dentro di me, mi sono detta uno #stopwhining ante litteram e ho preso consapevolezza. Ho affrontato la quinta e i suoi esami divertendomi e l’università con una leggerezza che mi ha permesso di affrontare i momenti difficili, tipo l’esame di matematica ripetuto tre volte, con grande spirito di adattamento.

Il secondo momento, il mio preferito, è stato a fine estate 2015, a triennale finita, e pochi giorni prima di cominciare la mia avventura alla Hult col Master in International Business, forse il primo periodo della mia vita in cui mi sono ritrovata davanti all’horror vacui della fine di un ciclo, un momento che credo sperimentino tutti alla fine dell’università e di cui a mio parere si parla troppo poco, con la prospettiva di un trasferimento all’estero nel giro di qualche settimana. Anche se l’esperienza lavorativa in Peru dell’anno prima aveva preparato il terreno, è stato lì che ho preso in mano tutto il coraggio che sospettavo di avere ed è nato lo #StopWhining. Ho capito che, come direbbe Gary Vee, “nobody cares”, cioè che l’unica persona che doveva essere responsabile per le mie scelte ero proprio io, e avevo come la sensazione che tutti i miei sacrifici sarebbero stati per qualcosa, non avevo ancora bene chiaro cosa, ma dentro di me sentivo una forza che prima non avevo. E l’esperienza con Hult tra Regno Unito e Stati Uniti non ha fatto altro che rafforzare la mia convinzione.

EMI: Sappiamo che hai studiato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, e come hai appena accennato, che hai anche avuto esperienze accademiche internazionali, tra Londra e San Francisco. In che modo queste esperienze ti hanno cambiata? Ci sono secondo te punti su cui le nostre Università devono ancora lavorare per crescere a livello internazionale?

MB:Come anticipavo poc’anzi, Hult ha cementificato per bene ciò che bazzicava nell’anticamera del mio cervello: spirito imprenditoriale, voglia di mettersi sempre in gioco, e il sedere sempre su un treno o su un aereo. Si può dire che Hult mi abbia cambiato la vita: mi ha fatto capire che è ok essere come sono, creativa e indipendente spesso anche fuori dagli schemi che l’accademia tende a creare, e soprattutto, che ci sono tantissime persone al mondo come me, basta riuscire ad applicare il growth mindset, ovvero la voglia di spingersi sempre oltre, anche e soprattutto fuori dalla propria zona di confort, per creare impatto – un termine che con “internazionalità” definisce Hult al meglio. È proprio questo che manca alla maggior parte delle nostre università, al netto di qualche professore illuminato, come alla nostra scuola stessa, purtroppo. Credo che sia causato dall’approccio estremamente teorico su cui purtroppo si basa ancora il nostro sistema scolastico, che mi pare ormai essere purtroppo un po’ datato e non di grande stimolo per i ragazzi. Oltretutto crea molta distanza tra i professori e gli studenti, creando la base per un gap generazionale che risulta poi difficile da colmare anche negli anni successivi e che, come direbbe Francesco Cancellato, è il più grande problema del nostro paese al giorno d’oggi. Per fortuna è risolvibile, però non bisogna scimmiottare il metodo anglosassone, quanto più cercare di integrarlo a quello esistente per esaltarne le caratteristiche migliori.

EMI: Sul nostro blog parliamo spesso di “generazioni”. C’erano una volta i Baby Boomers e la Generazione X, poi sono arrivati i Millennials, i Centennials, e ci saranno gli “Screenagers” della Generazione Alpha: ci racconti che reazioni vedi quando parli dei tuoi progetti con persone più grandi o più piccole di te, che appartengono quindi a generazioni diverse dalla tua di Millennial? Quali pensi che siano gli aspetti più delicati da considerare per un insegnante che debba rapportarsi ai giovani di oggi?

MB:Partiamo dalla fine: il ruolo dell’insegnante è chiave, e chiunque si trinceri dietro il “eh ma la famiglia allora…” o non è un professore, o sa che sta mentendo. Mia madre insegna da 30 anni lettere alle superiori e il mondo scuola ce l’ho in casa da sempre. Purtroppo ad oggi vive una profonda crisi che inizialmente è causata dai tagli sciagurati che i governi che si sono succeduti hanno operato all’istruzione, falcidiandone le risorse. Meno risorse significa meno possibilità di aggiornarsi, di aprirsi nuovi mondi e aprirli ai ragazzi, a puntare realmente sul merito. E così tra il mondo dei professori e quello dei ragazzi si crea quel buco incolmabile di cui parlavo prima che rispetto a una volta non è quasi più fonte di rispetto e riverenza, quasi timore, di quello che ti spingeva a studiare di più, ma diventa solo vuota frustrazione, da entrambe le parti. I ragazzi non si sentono ascoltati tanto quanto gli insegnanti, perché spesso non si è disposti a fare un passo empatico verso l’altro per creare un ponte di comunicazione. Credo che il primo, però, sia dovere degli insegnanti, per la maggiore esperienza e il loro ruolo civico e sociale. Questo schema purtroppo tende a ripetersi nella vita dei più giovani spesso e volentieri, soprattutto in Italia, dove per qualche motivo vige un nonnismo incredibile anche nelle cose più stupide. Esempio? Il fatto stesso che io pubblichi video online e abbia 25 anni a molti dà fastidio, perché non posso esprimere la mia opinione vista la mia carta d’identità. Ma cosa ne può sapere di business una ragazzina? E anche se creo dibattito senza presumermi Solone a differenza di altri nel web, la maggior parte delle critiche che ricevo è causata solo da una cosa: la mia età. Di contro, un pubblico che non avrei mai pensato di raggiungere sono i ragazzi più piccoli di me, la generazione Z. Vado nelle scuole (un pubblico difficilissimo) e riesco a stabilire con loro un’empatia incredibile, e questo mi fa ben sperare: il potenziale degli strumenti che hanno in mano sin da piccoli, se usati con la giusta sensibilità umana, può davvero cambiare il mondo. Coi miei video e le mie attività voglio cercare di incoraggiare i giovani a far sentire la loro voce, perché va bene essere la portavoce dei millennials, ma se fossimo di più magari le cose cambierebbero prima…

EMI: Parliamo del futuro: sappiamo che stai per lanciare il tuo sito web, che hai tanti progetti in ballo e che sei sempre in viaggio. Quali sono i grandi insegnamenti che ti porti in valigia e cosa pensi tu debba ancora imparare lungo il cammino?

MB: Ricollegandomi alla mia risposta precedente, sicuramente il grande valore dell’ascolto. Mi sono resa conto che spesso non lasciavo finire di parlare le persone in una conversazione, interrompendole con la velocità dei miei pensieri: questo è un errore madornale perché non solo crea un muro con l’interlocutore, ma soprattutto non porta a un reale confronto, piuttosto mostra la tendenza a voler “girare” la conversazione sul proprio punto di vista. A livello macroscopico, credo che ascoltandoci di più, anche a livello intergenerazionale, risolveremmo problemi che oggi sembrano quasi insormontabili.

Un altro grande insegnamento che ho imparato, soprattutto da quest’anno in cui è nato il mio ruolo di vlogger è la responsabilità che avere visibilità sul web comporta: e non è né una questione di personal branding, né di importanza della privacy – si tratta dell’importanza del tipo di messaggio che si lancia. Spesso mi trovo a pensare quale sia il vero ruolo dell’influencer nella società e credo che la bolla scoppierà, lasciando spazio a chi davvero ha un messaggio di speranza e lo porta avanti in prima persona, non facendolo per un numero di like o una sponsorizzazione – a volte le persone idolatrano certi modelli non rendendosi conto che spesso sono fake e dietro c’è, tra le altre cose, una necessità di approvazione, a volte patologica, che non ha nulla di emulabile e non apporta alcun valore. Su ciò che devo ancora imparare posso avere alcune idee, ma preferisco pensare che più che quello che so di non sapere sia quello che non so di non sapere che renderà il mio lavoro e la mia vita migliori.

EMI: Marta, grazie per esser stata con noi!

MB: A presto e #StopWhining sempre!