Contatti
Based in

Napoli, Italia

Follow me

ARTICOLO / La mobilita’ studentesca a livello internazionale: verso un modello di “brain exchange”?

Trattando il tema dell’internazionalizzazione dei sistemi accademici, il “brain drain” colpisce quei Paesi caratterizzati da un alto numero di studenti che decidono di studiare all’estero per ricevere un’educazione universitaria migliore, specialmente in vista di opportunità lavorative preferibili in futuro.
Sarebbe auspicabile passare dal pericolo di “brain drain” al concetto di “brain exchange”: il capitale umano è un asset per la crescita e lo scambio di conoscenza è il motore primo dell’innovazione e dello sviluppo.

Ne parlo nel mio nuovo articolo, disponibile su educationmarketing.it !


La mobilità è una delle principali caratteristiche dell’era moderna e contribuisce alla trasformazione culturale e sociale di città e Paesi; si tratta di un fenomeno migratorio senza precedenti, che nasce per ragioni politiche o economiche, per lavoro o per commercio, per turismo o per motivi di studio: esiste un vero e proprio mercato globale per studenti e docenti, che è fondamentale monitorare e comprendere per una più efficace formulazione strategica.
Secondo gli ultimi dati raccolti dall’UIS (UNESCO Institute for Statistics), la mobilità studentesca ha avuto un incremento del 52% dal 2003 al 2013, e addirittura del 111% dal 1998. Al 2013, si contano circa 4 milioni di nuovi studenti internazionali, definiti per quest’elaborazione statistica come coloro che abbiano oltrepassato il confine del proprio Paese per fini di studio, per un periodo superiore ad un anno, immatricolandosi in università estere.
Tale crescita va, però, di pari passo con il trend crescente dell’enrollment di studenti per l’educazione universitaria e non si registra quindi, a livello globale, un aumento della percentuale di studenti “mobili” rispetto al totale di studenti – valore che oscilla tra l’1,8 ed il 2% nel periodo in esame. Tale “outbound ratio” ha però un valore significativo a livello continentale o regionale, con una crescita significativa registrata in Asia Centrale, Africa Sub-Sahariana e Paesi Arabi.
I maggiori trend internazionali evidenziabili sono il flusso di studenti che dall’Asia si spostano verso i principali sistemi universitari, in Nord America, Europa occidentale, Australia e Giappone e la mobilità studentesca interna all’Unione Europea, favorita dal Processo di Bologna e dai progetti Erasmus; inoltre, significativa è anche la movimentazione dall’Africa e dal Sud America principalmente verso Nord America ed Europa occidentale.

Infatti, al 2013, il flusso è diretto per il 42,7% verso Paesi europei e per il 24,2% verso il Nord America.

Circa 2 milioni di studenti – quasi il 50% del totale – provengono da Paesi asiatici, di cui circa 710.000 dalla Cina (circa il 18% del flusso globale, con una crescita esponenziale osservata nell’ultimo ventennio) e 180.000 dall’India (circa il 5%); il terzo Paese di origine del flusso di studenti risulta la Germania (circa 120.000 studenti all’estero), seguita da Repubblica di CoreaFrancia ed Arabia Saudita.
Quanto ai Paesi di destinazione, Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia sono ai primi posti ed insieme agli altri Paesi considerati parte dell’Anglosfera (Canada, Irlanda e Nuova Zelanda), ospitano globalmente oltre il 40% degli studenti internazionali totali, dimostrando che esiste un notevole vantaggio competitivo nell’attrazione di studenti internazionali per i Paesi che offrono educazione in lingua inglese.
L’Italia, in questa classifica, si piazza intorno al decimo posto, con circa 80.000 studenti internazionali immatricolati nel 2013.
È ancor più interessante, però, misurare questi flussi di studenti internazionali in rapporto al totale degli studenti iscritti, stranieri e locali, per verificarne l’effettiva incidenza (dati dell’OECD).

Considerando i Paesi elencati in precedenza, con un significativo flusso in entrata di studenti internazionali, possiamo vedere una netta differenza tra Australia e Regno Unito, con il 18% di studenti internazionali sul totale, rispetto agli Stati Uniti, dove l’enorme quantità di stranieri rappresenta solo il 4% della popolazione studentesca a livello universitario: è evidente quanto sia di importanza strategica, soprattutto per i primi due, mantenere questo flusso così significativo.

Osservando l’evoluzione che questi tassi hanno avuto dal 1999 al 2013, è evidente come alcuni Paesi abbiano compreso l’importanza di attrarre questi flussi e che ne abbiano fatto un obiettivo strategico:


Si può osservare come nel Regno Unito ci sia stata una crescita più o meno costante del tasso, così come nei Paesi Bassi a partire dal 2008. In Australia e Nuova Zelanda si osserva l’alternarsi di un forte incremento dei tassi a momenti di forte decremento della domanda, dovuto a variazioni delle politiche del Governo sul tema dell’immigrazione. Singolare la situazione negli Stati Uniti, in cui il tasso resta praticamente costante dal 1999 al 2013: nonostante attragga, in valore assoluto, il maggior numero di studenti internazionali, è evidente che non ci sia un’effettiva politica mirata all’incremento di queste cifre.
Oltre ad un’analisi in termini geografici, è doveroso, sia a livello politico-governativo per lo Stato, che strategico per le università, capire cosa spinge questi studenti a spostarsi: le motivazioni personali possono essere molto diverse.
Sicuramente c’è un forte afflusso dai Paesi sotto-sviluppati o in via di sviluppo verso i grandi sistemi universitari, alla ricerca di un’educazione migliore rispetto a quella inadeguata offerta nel Paese di origine oppure semplicemente per vivere un’esperienza formativa diversa da quanto conosciuto fino a quel momento. O ancora, una parte degli studenti ricerca programmi specifici, in università internazionali di prestigio, per arricchire il proprio curriculum e cercare un’occupazione all’estero.

Stando alla media misurata dall’OECD, tra i Paesi membri, gli studenti internazionali rappresentano il 6% degli iscritti; tale valore, tuttavia, varia fortemente a seconda del livello di educazione universitaria considerato: 3% di studenti stranieri sul totale per i programmi di breve durata, circa il 5% per i bachelor’s degree (lauree triennali in Italia), 12% per i master’s degree (lauree magistrali) e 27% per programmi di dottorato, che risulta essere il titolo che maggiormente spinge gli studenti a trasferirsi e di maggior interesse per i Paesi ospitanti, per il contributo che i questi possono offrire alla ricerca. Inoltre, le materie più ricercate dagli studenti all’estero sono le seguenti:

Questo tipo di informazioni è fondamentale, nel Paese di origine, per capire che tipo di deficit educativo spinge gli studenti a cercare altrove: è importante comprendere che tipo di conoscenze e capacità acquisiranno e in che ambito, e mettere in pratica iniziative per attrarli nuovamente “a casa”, dopo il loro periodo di studi all’estero, in modo da ridurre il cosiddetto effetto “brain drain” (la cosiddetta “fuga di cervelli”), con cui si fa riferimento al fenomeno migratorio di persone con formazione e qualifiche, normalmente verso Stati maggiormente sviluppati, alla ricerca di migliori opportunità.

Trattando il tema dell’internazionalizzazione dei sistemi accademici, il “brain drain” colpisce quei Paesi caratterizzati da un alto numero di studenti che decidono di studiare all’estero per ricevere un’educazione universitaria migliore, specialmente in vista di opportunità lavorative preferibili in futuro.
Sarebbe auspicabile passare dal pericolo di “brain drain” al concetto di “brain exchange”: il capitale umano è un asset per la crescita e lo scambio di conoscenza è il motore primo dell’innovazione e dello sviluppo. Un sistema mondiale basato sulla trasferibilità delle risorse intellettuali e sulla cooperazione internazionale, piuttosto che sulla competizione e sul tentativo di accaparrarsi e trattenere tali risorse a danno di territori meno sviluppati, non potrebbe che avere risvolti positivi.